Marchiori presenta Volunia

Nel 1996 Massimo Marchiori, matematico dell’Università di Padova, espone in California la sua teoria per un motore di ricerca “veramente funzionante”. Ad ascoltarlo c’è Larry Page (uno dei due fondatori di Google) che, alla fine dell’intervento, va da Marchiori a fargli i complimenti e a dirgli che lui e un collega avrebbero provato a sviluppare l’algoritmo in un progetto più grande. Quello che è successo dopo è ben noto a tutti.

Oggi, all’Università di Padova, Marchiori ha lanciato Volunia, un nuovo motore di ricerca, tutto italiano.

Di seguito due brevi video di presentazione del progetto.


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Come cambia l’informazione

In un post intitolato La “credibilità” dell’informazione in Italia e il “servizio pubblico” pubblicato su Cyberteologia il 16 dicembre scorso, p. Antonio Spadaro distingue l’informazione “trasmessa”, da quella “condivisa” e analizza le due credibilità che fondano queste diverse maniere di informare: la prima centrata sull’autorevolezza di chi trasmette, la seconda soggetta a una continua valutazione e legittimata entro un contesto relazionale in cui il pubblico esce dalla posizione di passività forzata in cui è stato finora relegato.

A partire da questa riflessione si è aperto in Rete un ampio dibattito a cui hanno preso parte diverse e autorevoli voci.

Secondo Alessio Jacona, in un contesto come quello di oggi, in cui ciò che manca è soprattutto l’attenzione, i nodi delle reti sociali che costruiamo svolgono il ruolo chiave di fare da filtro dell’informazione che riceviamo: ognuno è libero di diventare  editor di se stesso, di selezionare i propri “influencers”, di non farseli più imporre da una qualsiasi testata, ma  sceglierli misurando personalmente il credito che hanno saputo pian piano costruirsi all’interno dei social network, con la sola forza delle proprie argomentazioni.

Andrea Melodia, presidente dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) scrive: “Fatico a credere che un sistema relazionale in rete possa garantire maggiore equilibrio. Mi pare che anche qui le manipolazioni siano dietro l’angolo: il mio sistema relazionale sul web sarà sempre più soggetto al controllo, al tracciamento delle preferenze, alla esclusione o all’inclusione in base ad algoritmi segreti e incontrollabili. Il “page rank” di Google perde la sua democratica trasparenza e si sottomette agli interessi dell’investitore pubblicitario, che si garantisce i primi posti nelle risposte. E si tratta di manipolazioni e interferenze poco percepite”. Melodia aggiunge che i nuovi media non cannibalizzeranno i vecchi e i due sistemi sono sempre più interconnessi tra loro: c’è molta televisione sul web e sempre più web in tv.

Luca De Biase, in una più ampia riflessione sui Commons e l’ecosistema dell’informazione, descrive il rischio che la Rete, anziché favorire la circolazione libera delle idee, generi comunità di minoranze appartate che condividono simili idee di fondo e si cullano nell’illusione culturale di bastare a se stesse. Questo rischio non si combatte solo con la denuncia, ma formando comunità consapevoli e colte.

“Internet è un grande bene comune. Molte imprese capitalistiche si abbeverano della sua ricchezza e sono sempre al limite di sfruttarla troppo, come molti temono facciano Google o Facebook. Molte organizzazioni non profit al contrario arricchiscono il bene comune della conoscenza che si sviluppa in rete, come secondo molti sta facendo Wikipedia. Milioni di persone violente e ignoranti calpestano internet per trarne un vantaggio immediato, rovinandone la qualità. Milioni di altre persone usano la rete per collaborare e costruire fiducia, conoscenza e cittadinanza. Di certo, la consapevolezza e l’orientamento attivo delle comunità che riconoscono quando la rete le arricchisca di conoscenze e di opportunità vanno a loro volta coltivati. Ma un fatto appare piuttosto chiaro: un’internet sana e ricca, aperta e neutrale conviene a tutti per molto tempo, un’internet ipersfruttata e recintata conviene a pochi per poco tempo. Le ragioni per dare un contributo costruttivo non sono dettate dall’ottimismo: ma dal realismo”.

Appare evidente che l’informazione sta cambiando, che ci sono situazioni di rischio per chi la produce (riuscire a trovare un modello di business in grado di garantire la sopravvivenza di tante aziende per esempio) e per chi la “consuma” (stanno cambiando le modalità di consumo delle notizie e senza gli strumenti adatti non è semplice difendersi da distorsioni, ridondanza e scarsa qualità in genere), ma il rischio, lo sottolinea lo stesso p. Spadaro alla fine del suo post, “è parte integrante dell’innovazione” ed è importante che quanti più produttori, lettori, cittadini possibile contribuiscano al processo di trasformazione in atto, impedendo il crearsi e cristallizzarsi di monopoli dell’informazione e favorendo il moltiplicarsi e l’incontro di differenti idee, luoghi, spazi, centri di informazione, di elaborazione e dialogo.

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Il dono ai tempi della Rete

Su La Lettura, l’inserto domenicale del Corriere della Sera, del 4 Dicembre scorso, Carlo Formenti, con la scusa del Natale che imperversa per le strade ma (a guardare i dati di quest’anno) un po’ meno nei negozi, porta all’attenzione dei lettori il dibattito in corso sul concetto di dono elaborato dall’economia civile e dall’“economia sociale di mercato”, citata da Formenti, e la relazione che questo può avere con la cultura del gratuito che guida tanti utenti del web, soprattutto guru e cosiddetti hacker. Gratis è proprio il titolo del libro, edito da Rizzoli nel 2009, di Chris Anderson, direttore di Wired, in cui viene menzionato il concetto di “scarsità adiacente”: meglio non far pagare per ciò che qualcun altro potrebbe fornire gratuitamente, ma andare in cerca di remunerazione connessa: quasi sempre, per quel che riguarda la Rete, la pubblicità. Internet, come ha spiegato Yochai Benkler, studioso di Harvard, con i suoi bassi costi di distribuzione e comunicazione, ha reso possibile l’accesso di milioni di persone a realtà che fino a pochi anni fa erano esclusivamente economiche ed ora sono anche “sociali”; e così oggi, consultare contenuti di enciclopedie e blog gratis, utilizzare motori di ricerca, applicazioni e software di ogni genere gratis, è percepito dall’utente di Internet come normale, per cui, soprattutto per chi produce contenuti e applicazioni, conviene cercare altri canali di ritorno economico, che non quello dell’acquisto diretto del bene.

Certo è che parlare di gratis in internet non significa necessariamente parlare di gratuità, dal momento che i due termini sono spesso l’opposto l’uno dell’altro, “poiché l’atto gratuito non corrisponde ad un prezzo nullo ma ad un’assenza di prezzo o, più propriamente, ad un prezzo infinito” (L. Bruni, Dizionario di economia civile, Città Nuova, 2010) e quindi non è così automatico né immediato il passaggio gratis-gratuità-dono, ma lo spunto sembra comunque molto interessante. Innanzitutto per tentare di collocare il binomio dono-Rete entro un sistema (il dono in chiave strumentale tipico del mercato o il dono come mezzo simbolico utilizzato dai sistemi politico-amministrativi? Il dono del terzo settore, in cui prevalgono logiche cooperative spontanee o il dono con motivazioni di auto-realizzazione come è spesso quello delle reti familiari e informali? Cf. P. Donati, Dono, in Dizionario di economia civile, cit.). Inoltre il dibattito costringerebbe a confrontarsi con le obiezioni della modernità la quale ritiene che, nel suo codice simbolico, il dono possa essere solo gratuito ma che, contemporaneamente, la gratuità non esista. Un paradosso, dunque. “Si parla di dono come enigma (Godelier), come violenza, come atto che uccide, in quanto pone il ricevente in una posizione di passività e sottomissione. (…) Varie correnti di pensiero, da J. Baudrillard a J. Derrida, interpretano il dono come morte: chi dona dovrebbe morire a se stesso, e ciò, per questi autori, è incomprensibile”. (P. Donati, Dono, in Dizionario di economia civile, cit.). L’articolo di Formenti chiude osservando che l’orizzonte del gratuito sembra inscindibile da quello dell’utopia. In effetti però, il dono appare comprensibile solamente se calato nei contesti delle relazioni tra le persone, molto lontano dunque dai confini dell’utopia.

“La forza del dono non sta nella cosa donata o nel quantum donato – così invece nella filantropia o nell’altruismo – ma nella speciale qualità umana che il dono rappresenta per il fatto di essere relazione. È pertanto lo specifico interesse a dar vita alla relazione tra donatore e donatario a costituire l’essenza dell’azione donativa, la quale può bensì coltivare un interesse, ma questo ha da essere un interesse per l’altro, mai un interesse all’altro” (L. Bruni – S. Zamagni, introduzione al Dizionario di economia civile, cit.).

In Rete, dove le relazioni mediate dai social network potrebbero essere considerate come pluslavoro (ne ha parlato qui Wu Ming 1 in un post molto discusso) e l’informazione da queste prodotta come merce di scambio, tracciare i confini e la possibilità del dono e dell’interesse per e all’altro, diventa una sfida complessa, ma anche un lavoro necessario per acquisire consapevolezza dei meccanismi che regolano i rapporti che costruiamo, per tentare di comprendere meglio natura e peso delle relazioni in Internet.

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In... ternet

L’idea sarebbe quella di vedere com’è il mondo che passa per la rete. Che è un po’ diverso dal mondo fuori, ma anche uguale. E poi vedere chi passa e cosa dice. Se dice le stesse cose che dicono tutti, o magari qualcosa di diverso. Può essere.

Profilo

Matteo Girardi è nato a Roma, è sposato e lavora a Città Nuova. E il fatto che stia parlando di se stesso in terza persona non è un buon segno.

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