il valore di ciò che non ha prezzo
Riporto alcune righe di Luca De Biase (Cambiare pagina, Rizzoli 2011) sul rapporto tra economia della felicità (detto per sommi capi: la scoperta che non c’è correlazione tra crescita dei consumi e la valutazione che una società dà della propria felicità) e internet, in cui viene descritta la televisione come una “struttura (…) consustanziale alla società dei consumi”, i cui programmi “erano coerenti con l’idea secondo la quale accrescere i consumi è tutto ciò che la gente desideri davvero”. Più avanti: “In questo contesto, internet ha conquistato una quota sempre più importante nel tempo di esposizione mediatica degli italiani, e questo grazie alla sua diversità: non governata da poche emittenti centrali ma animata da un’infinità di cittadini e iniziative; non totalmente orientata all’economia monetaria ma aperta anche al recupero della dimensione relazionale delle persone, che è fondamentalmente gratuita; non preconfezionata, ma malleabile in base all’immaginazione di chi la utilizza. Il nuovo mezzo, fatto dalle persone che lo usano per coltivare a loro modo nuove relazioni, pareva alludere all’enorme valore di ciò che non ha un prezzo. Per gli spiriti più sensibili era la premessa per porre il tema della narrazione comune su basi nuove”.
Questo ieri. Oggi sappiamo che internet non risolve problemi sociali o culturali. Può essere però fonte di rinnovamento o fucina di nuovi problemi, dipende da noi: “l’innovazione e la riprogettazione dei media può essere operata solo da chi ci crede. Con una dose di ingenuità superiore alla quota di cinismo che l’esperienza ha sedimentato” (L. De Biase, Cambiare pagina, Rizzoli 2011, pp. 26.30).
Tablet o cultura?
Il progetto del presidente francese Hollande nasce come rivisitazione in chiave digitale del concetto di «eccezione culturale», ossia quella concezione secondo cui i prodotti culturali non possono essere considerati una merce uguale a tutte le altre. La proposta è di Lescure, noto ai più per aver inventato Canal+, a cui era stato chiesto di fornire un quadro normativo del digitale un po’ meno rigido e severo rispetto a quello proposto dall’ex presidente Sarkozy con la legge Hadopi (che, per fare un esempio, prevede l’interruzione del servizio per i download illegali).
Per chi segue più da vicino il mondo web e i suoi derivati, la proposta di Lescure non appare poi così originale: da tempo osservatori e addetti ai lavori propongono di tenere in giusta considerazione il fatto che da Internet traggono profitti soprattutto i fornitori di hardware e i gestori delle connessioni, ma non i produttori di contenuti, messi invece a dura prova dalla nuova economia della Rete. Proposito saggio, ma che pare legato a un’idea di cultura molto vicina a quella che alcuni sostenitori del WWF hanno dei panda (un patrimonio in estinzione da proteggere e salvaguardare) e che rischia, se non bilanciata da proposte più attente allo sviluppo che non alla conservazione, di confinarla in uno stato di insignificante cattività.
In un ambiente, com’è quello di Internet, in cui il concetto di gratis viene applicato in maniera tanto disinvolta da mortificare chi produce cultura e contenuti in genere, è certamente necessario pensare (o ripensare) un modello di economia che non premi esclusivamente i distributori di apparecchi; che tenga presente che la Rete è un patrimonio tecnologico, ma anche sociale e culturale, e che per mantenerla ricca e plurale è necessario liberarla da un modello di business che contempla la pubblicità come unica risorsa.
Ma di fronte a una proposta che mostra dei tratti di artificiosità come quella di Lescure viene da chiedersi: come dovrebbero essere suddivisi i fondi ricavati da una tassazione di questo tipo? Una distribuzione per click premierebbe le testate e i siti che possono permettersi maggiore visibilità e notorietà amplificando l’effetto advertising già molto invadente in Internet. E ancora: perché la cultura, pur non essendo merce come tutte le altre, non dovrebbe confrontarsi col mercato? Non rischierebbe così facendo l’isolamento autoreferenziale?
Il dibattito è aperto e interessa il nostro futuro. Si tratta forse di immaginare un’industria culturale che sappia ridisegnare un rapporto con lo Stato che sia di tipo propositivo e non solo di salvaguardia e assistenza, ma anche capace di divincolarsi da alcuni diktat indotti dal mercato che, quando inseguono idee già vecchie senza sapere indicarne di nuove, affossano idee e bilanci aziendali.
(pubblicato su cittanuova.it il 16/5/13)
Up in the sky
Per chi volesse sapere dov’è Fontem, chi ha girato il video e perché, lascio questo link.